Rivista
La nuova generazione PDF Print E-mail
Numero 009
Written by Emil Abirascid   
Friday, 25 June 2010 15:39

Falliti o pronti a fallire così come ad avere grande successo, senza soldi ma pronti a cercarli, amanti dei social network, refrattari a esclusive e alla concorrenza dei colpi bassi. Sono le caratteristiche della nuova generazione di imprenditori. Pronti a fallire perché consapevoli che il fallimento, in linea con la cultura anglosassone, non può e non deve più essere sinonimo di macchia indelebile quanto piuttosto esperienza fatta, qualcosa che è stato vissuto, gestito e che ha permesso al neo imprenditore di imparare, il curriculum di un imprenditore che cita un fallimento ne guadagna in valore, così la pensano gli investitori in capitale di rischio, e non solo quelli americani. Per questo i costi del fallimento, e soprattutto quelli non economici devono essere estremamente bassi e in Italia si è oggi ancora lontani da questo obiettivo. Senza soldi ma pronti a cercarli perché hanno capito che il capitale esterno è fondamentale per crescere e non sono legati alla vecchia mentalità dell’imprenditore in stile ‘azienda-di-famiglia’ che vede con sospetto l’ingresso di soci esterni. Certo il capitale non è facile da trovare, può arrivare da istituzioni finanziarie, da investitori in capitale di rischio, dal mondo industriale, ma è importante che gli imprenditori siano pronti anche a fare un passo indietro se ciò serve per fare crescere l’azienda.

Amanti dei social network, non solo perché utilizzano i moderni strumenti per comunicare, condividere, avviare relazioni anche internazionali, ma anche e soprattutto perché hanno capito che il concetto di rete è fondamentale per trovare partner finanziari, industriali e per fare business insieme ad altri. Refrattari a esclusive e alla concorrenza nel senso tradizionale del termine perché hanno abbandonato l’idea che il successo di uno debba per forza essere causa dell’insuccesso di un altro, anzi spesso il successo arriva quando si riescono a fare le cose insieme: startup che collaborano tra loro per realizzare nuovi servizi, startup che lavorano insieme a imprese consolidate che hanno sviluppato sensibilità verso l’innovazione e capito che tale innovazione nelle startup c’è.

Insomma la nuova generazione di imprenditori non è innovativa solo nelle idee e nei progetti di business che propone, ma lo è anche nell’approccio al mercato e alle sue regole che inevitabilmente in un periodo di scossoni finanziari ed economici globali come quello attuale, sono anch’esse messe sotto pressione e vivono una profonda fase di ripensamento.

Questi nuovi imprenditori si fanno vedere, hanno voglia di imparare, di farsi conoscere, pensano al loro mercato potenziale in termini globali, hanno strutture flessibili con costi fissi prossimi allo zero, hanno bisogno non solo di soldi ma anche di competenze, di reti, di esperienze di gestione aziendale, di commercializzazione, di internazionalizzazione.

Si sono visti questi imprenditori sul palco dello Iulm a Milano in occasione del convegno per la Giornata nazionale dell’innovazione la mattina del 9 giugno 2010, hanno avuto il loro momento nel mezzo di una platea fatta soprattutto di figure istituzionali e provenienti dal mondo finanziario, e hanno saputo mettersi in luce, sono andati dritti al punto, concretamente. Hanno mostrato le loro idee, i loro progetti, i loro business, hanno detto cosa non va e anche cosa bisognerebbe fare per fare in modo che i problemi ancora sul tavolo trovino una soluzione efficace. Hanno fatto la loro parte in quella occasione e la continuano a fare tutti i giorni sollecitando il Paese nel non dimenticare che è solo attraverso le nuove imprese innovative (e quelle meno nuove ma che hanno capito che bisogna innovare comportandosi come startup) che è possibile rinnovare il tessuto economico del Paese e dare così vita a una nuova stagione di crescita e di sviluppo.

 
Viaggio nell’America di frontiera PDF Print E-mail
Numero 009
Written by Alberto Di Minin e Riccardo Pietrabissa   
Friday, 25 June 2010 15:38
Se vi diciamo “America”, “trasferimento tecnologico” e “nuova imprenditorialità”, la vostra mente è probabilmente già proiettata verso le morbide colline della Baia di San Francisco: state immaginando la Silicon Valley, i campus universitari di Berkeley, Stanford e la Sand Hill road. Questo pensiero è giustificato dall’incredibile concentrazione di investimenti, di iniziative imprenditoriali, di ricerca di eccellenza che rende la Silicon Valley protagonista indiscussa dei settori di punta di tante industrie ieri del silicio e domani della green economy. Delle particolari condizioni che hanno creato una simbiotica, spontanea, e lucrosa alleanza tra finanza, impresa e Università si è scritto di tutto. In queste pagine vogliamo però portare i lettori di Innov’azione in luoghi più periferici e improbabili, dove ci siamo trovati a parlare di trasferimento tecnologico con i protagonisti di sfide forse marginali per la grande storia dell’innovazione, ma centrali per lo sviluppo ed il rilancio dell’economia locale.
Nel corso degli anni Novanta diventare ‘the next Silicon Valley’ era diventata l’ossessione delle politiche per l’imprenditorialità hi-tech. Giornalisti, consulenti e scienziati si sono sbizzarriti nel proporre quello che secondo loro era l’ingrediente mancate per ricreare un po’ di California nelle più rampanti regioni di Asia ed Europa. Dal canto suo però, più volte l’ex Ambasciatore Usa in Italia Ronald Spogli ha sottolineato che: “le condizioni presenti nella Silicon Valley non sono riproducibili qui nel breve termine” (Discorso di presentazione del progetto Fulbright BEST, 19 ottobre 2007.  http://italy.usembassy.gov/viewer/article.asp?article=/file2007_10/alia/a7102210.htm) e che probabilmente, quel posto è unico e irripetibile. La conclusione di un confronto tra California e l’Italia è racchiusa nella banale constatazione che noi non siamo la Silicon Valley! E forse, anzi sicuramente, non lo saremo mai.
Il successo della Silicon Valley ha oscurato forse tanti altri esempi di politiche per l’innovazione, altrettanto interessanti, molto spesso più ragionati e meno spontanei: esperienze che per certi versi sono più vicine alle vicende di casa nostra. Capire alcuni di questi casi nel cuore dell’America più profonda è stato l’obiettivo del viaggio organizzato a novembre dal Dipartimento di Stato Usa, che ci ha visto come partecipanti insieme ad altri sette colleghi che seguono la valorizzazione della ricerca nelle Università e nell’Amministrazione pubblica in Italia.
Le tappe di questo viaggio a Denver, Cleveland, Pittsburgh, ci hanno portato a conoscere i rappresentanti di istituzioni, aziende e fondazioni che con i loro progetti di sviluppo, basati sull’imprenditorialità e la fiducia nell’innovazione, hanno contribuito a innescare una nuova spinta propulsiva in regioni dove da tempo si erano esaurite le originarie fonti di successo e benessere.
Il Colorado e il Midwest presentano tutt’oggi le evidenti cicatrici lasciate dalla crisi, non solo quella che stiamo vivendo, ma dalle tante crisi passate, dai profondi cambiamenti strutturali che si sono susseguiti nel tempo, cancellando, in un ambiente dinamico come quello americano, interi settori industriali, interi quartieri e comunità. L’America è però una nazione che difficilmente si dà per vinta, ne scrive Mario Calabresi (‘La fortuna non esiste. Storie di uomini e donne che hanno avuto il coraggio di rialzarsi’, edizioni Mondadori 2009), nel raccontarci un suo viaggio attraverso l’America fatto di incontri con persone che si sono rialzate dopo essere state malamente mandate al tappeto; un’America che ritrova nuova forza, anche attraverso decisi cambi di rotta, ma anche (e soprattutto) una snervante tendenza all’autocritica, che porta da sempre gli americani, come scrive James Fallows in un recente saggio su the Atlantic (‘How America can rise again’, The Atlantic 2010), a lavare in piazza i propri panni sporchi e non nascondere ma anzi animare il dibattito su quali siano le origini profonde del benessere e quali pericoli possano nascondersi dietro l’angolo.
Che cosa hanno dunque in comune Cleveland, Pittsburgh e Denver? Queste città condividono la  nostalgia della grandezza di tempi andati, quando per Denver passava la Frontiera dell’espansione verso il Pacifico e l’euforia della corsa all’oro, quando Cleveland e Pittsburgh condividevano con Detroit il primato della Manufacturing Belt: il cuore del made in America, che ha conquistato il mondo con la sua catena di montaggio, la produzione di massa, il taylorismo. Oggi, dell’America impegnata a seguire quelle frontiere rimane ben poco. Il Far West è un ricordo romantico e antico, ma anche il cuore manifatturiero dell’America ha da tempo smesso di battere. La regione è stata ribattezzata Rust Belt e le sue capitali sono sprofondate in un declino strutturale. Esso è la paradossale conseguenza di un cocktail di modelli di business e tecnologie anch’essi made in USA, come internet, il container, l’outsourcing e l’offshoring, che ha portato le aziende americane a sfruttare le efficienze produttive dei paesi asiatici.  
Bob Wooldridge, manager dell’ufficio di trasferimento tecnologico di Carnegie Mellon University, e Mark Coticchia, suo collega alla Case Western di Cleveland, ci hanno ricordato che la sfida più grande della Rust Belt è stata quella di imparare nuovamente a fare impresa. I grandi capitani dell’industria dell’Ottocento, come Henry Ford e Andrew Carnegie avevano fondato le loro aziende proprio nel Midwest, guidati da una spinta imprenditoriale, che è invece andata gradualmente perduta. Nel secolo scorso, quando le grandi acciaierie, l’industria dell’automobile sembravano invincibili, obiettivo di un giovane ingegnere o operaio era il posto fisso; essere imprenditori, rischiare al di fuori dei terreni già solcati, era un’alternativa impopolare. Lo scrivevano diversi anni fa già D. Norton e J. Rees (‘The production cycle and the spatial decentralization of American manufacturing, Regional studies Vol.13, 1979) che sottolineavano come la Manufacturing Belt, schiava del suo successo, aveva perso la capacità di rivedere le basi della sua economia. Troppo l’acciaio, troppe le automobili da produrre per accorgersi che le regole del gioco stavano inesorabilmente cambiando ed era fondamentale rinnovare le fonti dell’antico successo.
A decenni di distanza dall’inizio del loro declino, queste regioni hanno fatto una scelta coraggiosa. Oggi la dialettica politica e le strategie di sviluppo economico hanno abbracciato quelle che Vannevar Bush, il fondatore della National Science Foundation, ha definito nel 1945 le promesse di un’altra frontiera quella “sconfinata delle scienze e delle tecnologie” (‘Science the endless frontier’ Washington Dc). Pittsburgh, racconta Dennis Yalonsky della Allegheny conference, si sta oggi focalizzando sulle opportunità offerte dalle nuove tecnologie delle sue Università di eccellenza: Carnegie Mellon e Upmc. Lentamente, umilmente sta ricostruendo, ripulendo, recuperando competenze che erano state dimenticate.
Queste regioni hanno imparato negli ultimi anni a lavorare ripartendo da quello che avevano a disposizione. Lo sviluppo manifatturiero di Cleveland e Pittsburgh aveva comunque lasciato grandissime ricchezze (private) oggi custodite da influenti fondazioni e private equity. La chiusura delle fabbriche ha comportato senza dubbio la perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro, ma non la dissoluzione di queste ricchezze accumulate nel tempo, che sono appunto rimaste una delle risorse più importanti su cui queste città possono oggi contare. Fondamentale è stata l’attivazione di queste risorse nella direzione del sostegno delle grandi avventure tecnologiche.
Nel Colorado delle generose riserve minerarie, queste ricchezze sono solo passate, ma non hanno lasciato un’eredità così importante come nel Midwest. Oggi l’investimento pubblico qui gioca un ruolo fondamentale per l’attivazione di percorsi di sviluppo basati sulla scienza. Ne è prova il National Renewable Energy Laboratory (Nrel), situato a Golden, a qualche chilometro da Denver, con un budget di mezzo miliardo di dollari nel 2009 destinato alla ricerca sulle energie rinnovabili. Gli Stati Uniti si sono lanciati con forte ritardo nell’avventura della green economy, con il risultato che si trovano oggi a inseguire per certi versi, paesi come la Cina, ormai diventata il primo investitore al mondo nel settore. Centrale per questa rincorsa la strategia americana di commercializzazione delle tecnologie. Uno dei problemi riscontrati era la forte dispersione dei progetti scientifici finanziati dal Dipartimento dell’Energia Usa. l’Nrel ha avuto negli ultimi anni il delicato compito di mettere ordine tra i 15mila brevetti risultanti da questi investimenti. È sorto a Golden (cittadina a qualche chilometro da Denver, dove ha sede l’Nrel) un one stop shop in cui ricombinare le invenzioni che i vari centri di eccellenza hanno sviluppato in autonomia, senza considerare eventuali sinergie, particolarmente utili per il mercato. Si è arrivati a un sistema che prevede un procurement decentralizzato ed efficace da parte delle unità locali (Università, centri di ricerca)  e un knowledge management centralizzato. Proprio dal Colorado, l’Nrel Industry Growth Forum, considerato il più grande punto di incontro tra investitori e start up nel campo delle rinnovabili, ha smistato negli ultimi sei anni più di due miliardi di investimenti. È dunque più che giustificato l’orgoglio di Bill Farris, responsabile delle attività di trasferimento tecnologico dell’Nrel, che sottolinea come “non esistono aziende americane operanti nell’innovazione sulle rinnovabili, che non abbiano avuto in qualche modo a che fare con noi, con le nostre tecnologie o con i nostri scienziati”.
La riconversione industriale di queste terre è tutt’altro che compiuta; c’è ancora tanto da fare per riportare il Midwest e il Colorado alla ricchezza di un tempo. Concludiamo riprendendo alcune caratteristiche del sistema locale di trasferimento tecnologico, utili anche per una riflessione a casa nostra.
Alleanza pubblico-privata. Essa funziona anche perché il settore privato, imprenditori, banche, grandi imprese, sono coinvolte nelle fasi di progettazione nei percorsi di trasferimento tecnologico. Certo il peso dell’intervento pubblico è innegabile (il mezzo miliardo di dollari dell’Nrel, il miliardo e trecento milioni di dollari del progetto Terza Frontiera in Ohio), ma la rilevanza del cofinanziamento è innegabile. Il coinvolgimento di fondazioni e altre no-profit non sono operazioni di facciata, ma strumenti per l’implementazione delle politiche.
Forte Professionalità. I soggetti coinvolti nelle operazioni di valorizzazione della ricerca godono di ottima visibilità nell’agenda politica. Sono esperti particolarmente preparati, professionisti che hanno ormai assorbito un linguaggio, un modo di fare che li rende interlocutori credibili e affidabili.
Una realistica visione di sistema. Forse l’elemento più importante di queste esperienze parte proprio dalla consapevolezza di non essere la Silicon Valley, ma che la frontiera delle scienze passa anche per i luoghi più periferici. È necessario in questi posti valorizzare le ricchezze disponibili sul territorio. Questo si verifica evitando inutili sovrapposizioni e querelle sulla distribuzione dei compiti. Ogni soggetto coinvolto nel percorso di trasferimento tecnologico deve trovare il suo ruolo in un condiviso quadro d’insieme finalizzato alla creazione di nuove fonti di ricchezza.
 
Silicon Valley, Italia PDF Print E-mail
Numero 009
Written by Paolo Marenco   
Friday, 25 June 2010 15:37

Era l’agosto del 2005 quando fu gettato il primo ‘ponte’ tra l’Italia e la Silicon Valley. Dall’incontro tra il Silicon Valley Italian executive council (Sviec), fondato a Palo Alto da Jeff Capaccio, avvocato con radici liguri-calabresi fortemente legato al nostro Paese, e l’Associazione La Storia nel Futuro, fondata a Verbania dal sottoscritto: ingegnere genovese, networker di spirito più che di professione, nasceva infatti il Silicon Valley study tour (Svst), un programma di due settimane in Silicon Valley destinato a selezionati laureati e laureandi dei maggiori atenei italiani.

Nel 2005 gli apripista furono 11 laureandi in ingegneria elettronica informatica e aeronautica dell’Università di Genova e del Politecnico di Torino, la destinazione furono 20 aziende guidate da italiani e italoamericani associati a Sviec. Tra questi Federico Faggin, allora in Foveon, ma prima inventore del microprocessore quando era in Intel, e Massimo Prati e Flavio Bonomi, ai vertici della ricerca e sviluppo in Cisco. Ma anche Fabrizio Capobianco, il mentore del modello di impresa “ricerca in Italia, fondi e quartier generale in Silicon Valley” che da quell’anno troverà molti seguaci (si veda Innov’azione numero X).

Da quel 2005 tante altre iniziative si sono sviluppate sulla medesima traccia. Richard Boly, official dell’Ambasciata Usa a Roma organizzava il network “Partnership for Growth” che, attraverso il programma Fulbright BEST, porterà in Silicon Valley dal 2007 circa 30 ricercatori e Phd con idee di impresa a fare un corso di entrepreneurship all’Università di Santa Clara con successivo internship in azienda. Sempre nel 2007, Marco Marinucci di Google progettava attraverso La Fondazione Mind the Bridge, la prima business plan competition per startup italiane vogliose di seguire il modello tracciato da Funambol di Fabrizio Capobianco.

Una rete sempre più ampia, che cresce di anno in anno anche grazie al web, di mentor che hanno costruito i progetti, giovani italiani che vi hanno partecipato, enti finanziatori e sponsor che li hanno sostenuti, reti di business angel che sono nate come è il caso di Italian angel for growth.
Un modello che ha avuto la sua origine e trae la sua forza da un fenomeno sotto certi aspetti unico: il desiderio di ‘give back’ degli italiani di successo in Silicion Valley, vogliosi di superare le nove ore di fuso grazie ai contatti creati con i giovani universitari italiani. La crescita di una rete di persone, provenienti da grande impresa, giornalismo, comunicazione, ma anche dall’accademia, che in Italia hanno deciso di costruire questo ponte a beneficio delle nuove generazioni. E infine l’Ambasciata Usa a Roma che con Partnership for Growth ha creato un formidabile ombrello tra le iniziative nate su entrambe le sponde dell’Atlantico.

Che cosa è nato in cinque anni da tutto questo? Il primo risultato di questo ponte è, a ottobre 2005, la nascita a Torino di Aizoon, società promossa da Franco Cornagliotto dopo l’esperienza del primo Silicon Valley study tour nell’agosto dello stesso anno. Aizoon, società di consulenza IT, è stata dal 2005 autorizzata dal ministero del Lavoro quale prima, e oggi unica in Italia, agenzia per lo staff leasing nell’IT. Oggi Aizoon ha quattro sedi (Torino, Milano, Roma e Genova) e circa 350 dipendenti. Ma dagli 83 alunni di 13 Università che hanno partecipato al Silicon Valley study tour sono nate altre storie. Nicolò Borghi, 28 anni, laureato alla Bocconi, dopo aver partecipato al Silicon Valley study tour 2007 ha realizzato il social network www.siliconvalleystudytour.com ponte virtuale tra la comunità dei giovani italiani, circa 600 a oggi, e un centinaio di italiani dell’high tech operanti in Silicon Valley e in Europa. Nicolò dopo aver partecipato anche al Silicon Valley study tour 2008 ha fondato, con altri ragazzi a Milano, The Hub, primo incubatore sociale in Italia parte della rete partita da Londra qualche anno fa. Insieme a Corrado Alesso, ingegnere genovese partecipante al Silicon Valley study tour 2008, ha fondato www.volgere.com che si propone di sviluppare software easy-to-use per la comunità creativa di web-designers, fotografi, artisti.

Un’altra storia è quella di Emanuele Pierpaoli, laureato in agraria, di Bologna, che partecipante al Svst 2007 ha fondato con alcuni colleghi HK−Horticultural Knowledge, una startup per il controllo della crescita di vari tipi di frutta, a partire dalle mele. Altra storia in progress è quella di Matteo Fabbri, ingegnere genovese partecipante al Svst 2009, che con tre colleghi laureandi in scienza dell’informazione, ha realizzato Phascode, impresa per ora virtuale che però sviluppa già software sul web per diversi clienti, tra cui una startup dello Utah guidata da un italiano, conosciuta durante il Silicon Valley study tour.

Molti altri ragazzi e ragazze che hanno aperto la loro mente e colto le opportunità grazie al tour in Silicon Valley sono entrati in posizioni permanenti significative in aziende in giro per il mondo quali per esempio Goldman Sachs a Londra, Amadeus a Sophia-Antipolis, Digital Keystone a Aix-en-Provence, oltre a importanti aziende italiane quali Fiat e Ansaldo Sts. Dall’inizio del 2010 quattro di loro stanno realizzando internship in aziende e centri di ricerca della Silicon Valley.

Se si considera l’apertura realizzata verso le opportunità di sviluppo di startup in chiave globale il modello di Funambol a partire dall’esperienza dei 39 partecipanti selezionati alle tre edizioni del Fulbright BEST Program e dai 150 partecipanti alle tre edizioni di Mind The Bridge di cui 19 selezionati, si può dire che questo confronto partito nell’agosto 2005 con il primo Silicon Valley study tour, sta abbattendo le barriere fisiche rappresentate dalla distanza e creando un ecosistema di imprese e iniziative che, in un ottica di rete, sta dando un ottimo contributo allo sviluppo della nostra generazione di giovani innovatori italiani.

 
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