| Investire nelle energie rinnovabili |
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| Written by Agnese Bertello |
| Friday, 25 June 2010 14:45 |
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Nel mese di maggio Lecce ha ospitato la terza edizione del Festival dell’Energia, occasione unica nel nostro Paese di un confronto aperto, laico e pragmatico sulle complesse questioni che ruotano intorno al mondo dell’energia, dalle questioni geopolitiche a quelle climatiche, dal delicatissimo ritorno al nucleare dell’Italia alla green economy e all’occupazione che è in grado di generare. Se è chiaramente emerso che oggi non possiamo permetterci di rinunciare a nessuna fonte, è apparso altrettanto chiaro che solo incentivando la ricerca è possibile giungere a immaginare e individuare soluzioni diverse. Come allora finanziare la ricerca? E come si colloca l’Italia da questo punto di vista nel panorama internazionale? Se ne è parlato in maniera approfondita al Festival in un incontro pensato ad hoc, ‘Ricerca e innovazione: su quale futuro investire?’ che ha visto protagonisti Stefano da Empoli, Presidente I-com, Giuseppe Campanella di Aifi, Paolo Anselmo di Iban. Un’occasione importante di dibattito che si è sviluppato intorno ai dati dell’ultimo report dell’Osservatorio innovazione energia elaborato da I-com, che analizza per l’appunto il trend nel settore a livello internazionale. Secondo i dati I-com, che fanno riferimento al 2008, il settore energetico è uno di quelli in cui gli investimenti si sono rivelati più intensi, nonostante il periodo di crisi. Gli investimenti nel settore in Italia però vengono ancora in maniera prevalente dallo Stato; ci sono dei segnali di inversione di tendenza - gli investimenti privati sono infatti cresciuti del 45% - ma nonostante questo restano al di sotto della media europea. La maggior parte degli investimenti nel nostro Paese si concentra su efficienza e risparmio energetico, ambito in cui l’Italia vanta storicamente un buon posizionamento. Tutto questo ha fatto salire il nostro Paese di qualche posizione nella graduatoria internazionale per gli investimenti nel settore: oggi siamo al settimo posto, con una quota del 3%, dopo Giappone, Stati Uniti, Francia, Germania, Corea e Regno Unito. La situazione è analoga anche per quanto riguarda i brevetti. In questo caso, nel 2009 l’Italia si classifica al sesto posto, con una percentuale pari al 4% rispetto al totale delle domande di brevetto presentate nel settore energetico. Particolarmente significativi i dati I-com che valutano l’impatto generale del settore sull’economia italiana: nel 2008, il settore energetico ha contribuito al saldo positivo della bilancia tecnologica italiana dei pagamenti per 55 milioni di euro. Per importanza l’energia si pone al quinto posto, dopo i settori dei trasporti, i servizi destinabili alla vendita e l’edilizia. A pesare negativamente sulla bilancia tecnologica del settore energetico sono state le voci relative alla compravendita di brevetti e relativi diritti di sfruttamento (17 milioni di euro) e per la compravendita di disegni, modelli, marchi di fabbrica e relativi diritti di sfruttamento (5,6 milioni di euro). Per contro, la principale voce attiva è rappresentata dai servizi di ricerca e sviluppo, con un attivo di circa 200 milioni di euro. Una situazione complessivamente positiva, ma che ha ancora ampi margini di miglioramento. Una difficoltà di dialogo che è soprattutto data da una diversità di tempi e dalla mancanza di sistema e di coordinamento, tanto che siamo nella situazione paradossale per cui i soldi che ci sono non vengono investiti completamente. Insomma, sprechiamo, non utilizziamo appieno quello che pure gli investitori sarebbero disponibili a mettere in campo, non cogliamo le occasioni che vengono offerte. La domanda non è pronta. A sostenerlo, durante il convegno leccese, è Giuseppe Campanella di Aifi, che ribadisce anche come ai nostri ricercatori faccia difetto una formazione economica di base, sufficiente a consentire loro di presentare in maniera adeguata il loro progetto a un potenziale investitore. Difficoltà che potrebbe essere egregiamente ovviata attraverso una collaborazione interdipartimentale che consenta di creare, intorno a un progetto scientifico e tecnologico, un team di lavoro misto in cui competenze di base economiche e finanziarie si integrano con quelle scientifiche. Qualche sforzo viene fatto anche dalle banche, che si stanno progressivamente dotando di personale con competenze adeguate ad entrare nel merito dei progetti scientifici per valutarne le specificità, le potenzialità e l’eventuale impatto sul settore e sul mercato: per chi investe è importante certificare l tasso di innovazione e come questo può essere accolto nel mercato di riferimento. Una scelta che paga, ha garantito Enzo Colombo, di Mediocredito Italiano, gruppo che ha scelto di inserire in organico anche figure inconsuete in una banca: gli ingegneri. Sottolinea l’importanza di collocare con precisione l’innovazione scientifica e tecnologica nel quadro di riferimento anche Paolo Anselmo, Presidente di Iban, che torna a portare al centro del dibattito la questione del tempo: per quanto pazienti, gli investitori devono poter immaginare un ritorno finanziario entro un massimo di sei anni. |






















